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	<title>Profondo Rosso</title>
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	<description>pensieri da un passato svanito</description>
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		<title>Botteghe, loft, fratte</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 16:58:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I luoghi sono spesso simbolici, sono spesso la materializzazione del modo di pensare. Il “glorioso”, popolare, compatto, massiccio Partito Comunista Italiano aveva la sua sede in un poderoso palazzo che si affacciava su un grande stradone romano che unisce piazza Venezia a largo Argentina. A due passi dal Campidoglio e dal Foro Romano, dall’agora antica [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rossoprofondo.wordpress.com&amp;blog=10423711&amp;post=7&amp;subd=rossoprofondo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I luoghi sono spesso simbolici, sono spesso la materializzazione del modo di pensare. Il “glorioso”, popolare, compatto, massiccio Partito Comunista Italiano aveva la sua sede in un poderoso palazzo che si affacciava su un grande stradone romano che unisce piazza Venezia a largo Argentina. A due passi dal Campidoglio e dal Foro Romano, dall’agora antica e da quella nefasta del fascismo. Non lontano dalla sede anch’essa evocativa della Democrazia Cristiana, Piazza del Gesù. La grande e larga strada, adatta a grandi folle popolari che infatti venivano a festeggiare quei, sempre limitati e rari, successi. E il nome era anch’esso evocativo. Botteghe lasciava pensare al lavoro, ad artigiani poveri, ai canuti di Lione, rivoluzionari, rossi, popolari. I buoni che si rivoltavano dal loro lavoro, e con la forza del loro lavoro, si ribellavano ai soprusi dei padroni. Oscure lasciava anche intendere la serietà sovietica, certo. Ma tutto al fine del popolo, dei proletari, delle periferie che avrebbero trovato spazio nel cuore dei loro dirigenti, quello spazio che era ben presente nell’ampia via delle Botteghe Oscure.</p>
<p>Crollato il mito, sono crollati i palazzi e si sono modificati i simboli.</p>
<p>I DS hanno avuto, negli ultimi anni, il cosiddetto “botteghino”, in via Nazionale, di cui nessuno ricorda neanche il luogo. Non rimarrà nella storia e nessuno ne sentirà probabilmente mai la mancanza nel proprio cuore.<br />
Poi è arrivato il PD e il loft. Concetti moderni, di tendenza, un partito, che magari in modo goffo, voleva recuperare il gap con la modernità. Una piazzetta piccola e carina, come piccolo e carino era il loft, a fianco di un grande spazio, il Circo Massimo, teatro, possibile e reale, di grandi manifestazioni di piazza, ancora. Ma il loft è poi uno spazio oggettivamente piccolo e tutto si decide poi in realtà nell’angusto spazio del caminetto. Una stagione “sentimentale ed estetica”, forzatamente modernista che è finita presto. Un partito delle dimensioni politiche del PD doveva avere una sede adatta per ospitare tutti i suoi dirigenti e funzionari. </p>
<p>Così si è arrivati ad oggi, la bellissima e raffinata sede di S.Andrea delle Fratte. Un palazzo magnifico, tra piazza di Spagna, fontana di Trevi e piazza Barberini. Al centro della cultura barocca romana. Un portone piccolo ed elegante in una stradina stretta che si trova solo girando più volte tra gli intricati dedali del centro. Una sala incontri per un centinaio di persone cui si accede passando per un terrazzo meraviglioso, da cui si ha un panorama sui tetti e sulle cupole romane. Un panorama mozzafiato dove la bellezza del rosso romano si fonde con l’azzurro dei cieli mediterranei. Fa sempre venire la voglia di restare fuori e godersi il sole, il caldo, il panorama.<br />
Un palazzo davanti al quale è fisicamente impossibile riunirsi per festeggiare. Profetico.</p>
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		<title>Una mattina triste di novembre, 1989</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 22:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossoprofondo</dc:creator>
				<category><![CDATA[anni 80]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quel giorno non posso non ricordarlo senza un velo di tristezza. Proprio venti anni fa, avevo 13 anni, ero da un mesetto entrato alle superiori, in un liceo di una zona popolare di Bologna, finalmente avevo finito le scuole dei piccoli. Aspettavo da 3-4 anni di potere passare dalla lettura della politica sui giornali, all’azione. Sognavo fin da quando ero bambino il partito dei lavoratori, l’organizzazione che rappresentava l’eldorado e il mito: la riscossa degli oppressi, la rivolta contro lo status quo.<br />
C’erano “Andreotti il mafioso” (era scritto sui muri non avevo bisogno di sottili ed elaborati procedimenti giudiziari per saperlo), “Craxi e la sua banda di ladri” (ed anche questo ben prima di Di Pietro &amp; co., la vox populi identificava i socialisti con i ladri), tutti i vari baroni democristiani imperanti, Gava, Gasperi, Scotti, Lima, Forlani. In quell’Italia decadente un bambino di 10 anni aspettava con ansia di diventare adolescente per poter dare il suo contributo a cacciarli, entrando nell’unico partito che non era nelle stanze dei bottoni e che aveva come ragione sociale quella di abbattere il sistema, il PCI.</p>
<p>E allora immaginatevi aspettare che il tempo della crescita ti consentiva di entrare nell’organizzazione giovanile, la FGCI, un luogo che aveva un’aura di mito. Aspettare con impazienza un anno dopo l’altro di crescere per potervi essere ammesso. Ma niente, puff da un giorno all’altro, ti svegli il 10 novembre e tutto il mondo che avevi intorno, che stavi guardando con gli occhi distorti e sognanti di un neo-adolescente venire giù. Mancava poco, stavi sulla soglia della porta, potevi entrare nella prima stanza da dove si poteva iniziare a partecipare alla grande lotta contro il potere, dei deboli contro i forti, della giustizia contro i soprusi! E in una notte sola, via, la stanza non esiste più, scomparsa … si può capire bene come ci sia potuto rimanere di sasso … attonito, senza parole. L’olimpo di masse operaie e contadine che prendevano la falce e impugnavano il martello, condotte verso la salvezza in un tripudio di bandiere rossi, soli dell’avvenire, spazzato via. Un luogo al di là del tempo e dello spazio dove si sarebbero abbattuti il mondo piccolo, individualista, provinciale della borghesia, della piccola e della grande. Niente, avevano vinto loro! I cattivi!!! Una sensazione terribile e opprimente. Come se in un film di John Wayne vince lo sceriffo cattivo e corrotto.</p>
<p>Mi ricordo ancora quella mattina triste, arrivare a scuola e tutto il mondo diverso. Tutti i servi dei capitalisti dirti: hai visto? il comunismo non esistete più, avete fallito! Hai visto? avevamo ragione noi! Lasciargliela vinta, lasciare il campo a loro. Fine, KO. Come non poter quindi ricordare con un velo di tristezza quel giorno, quella mattina?<br />
Quando poi solamente l’anno prima il socialismo sembrava poter riavere un nuovo sussulto, un nuovo slancio, in tutta Europa grazie ai campionati europei di calcio (eh si, sport e politica, pallone e politica non sono mica un’invenzione di oggi), con la perfetta nazionale dell’URSS guidata dal colonnello Lobanovsky che era arrivata ad un passo dalla vittoria, dopo aver insegnato il calcio a tutti.</p>
<p>Non ero altro che un normale ragazzino, ignaro di tutto quello che accadeva veramente dietro la cortina di ferro, che viveva semplicemente, sentimentalmente, il comunismo come l’opposto dello status quo, una speranza messianica di cambiamento della società. E giustamente, direi. Se non si è idealisti e rivoluzionari a 15 anni quando lo si deve essere? Mi hanno sempre atterrito i giovani già moderati, perché mi domando sempre ‘cosa mai diventeranno a 50 anni quelli che a 15 sono già politicamente pacati e conciliatori’?</p>
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