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Una mattina triste di novembre, 1989

Quel giorno non posso non ricordarlo senza un velo di tristezza. Proprio venti anni fa, avevo 13 anni, ero da un mesetto entrato alle superiori, in un liceo di una zona popolare di Bologna, finalmente avevo finito le scuole dei piccoli. Aspettavo da 3-4 anni di potere passare dalla lettura della politica sui giornali, all’azione. Sognavo fin da quando ero bambino il partito dei lavoratori, l’organizzazione che rappresentava l’eldorado e il mito: la riscossa degli oppressi, la rivolta contro lo status quo.
C’erano “Andreotti il mafioso” (era scritto sui muri non avevo bisogno di sottili ed elaborati procedimenti giudiziari per saperlo), “Craxi e la sua banda di ladri” (ed anche questo ben prima di Di Pietro & co., la vox populi identificava i socialisti con i ladri), tutti i vari baroni democristiani imperanti, Gava, Gasperi, Scotti, Lima, Forlani. In quell’Italia decadente un bambino di 10 anni aspettava con ansia di diventare adolescente per poter dare il suo contributo a cacciarli, entrando nell’unico partito che non era nelle stanze dei bottoni e che aveva come ragione sociale quella di abbattere il sistema, il PCI.

E allora immaginatevi aspettare che il tempo della crescita ti consentiva di entrare nell’organizzazione giovanile, la FGCI, un luogo che aveva un’aura di mito. Aspettare con impazienza un anno dopo l’altro di crescere per potervi essere ammesso. Ma niente, puff da un giorno all’altro, ti svegli il 10 novembre e tutto il mondo che avevi intorno, che stavi guardando con gli occhi distorti e sognanti di un neo-adolescente venire giù. Mancava poco, stavi sulla soglia della porta, potevi entrare nella prima stanza da dove si poteva iniziare a partecipare alla grande lotta contro il potere, dei deboli contro i forti, della giustizia contro i soprusi! E in una notte sola, via, la stanza non esiste più, scomparsa … si può capire bene come ci sia potuto rimanere di sasso … attonito, senza parole. L’olimpo di masse operaie e contadine che prendevano la falce e impugnavano il martello, condotte verso la salvezza in un tripudio di bandiere rossi, soli dell’avvenire, spazzato via. Un luogo al di là del tempo e dello spazio dove si sarebbero abbattuti il mondo piccolo, individualista, provinciale della borghesia, della piccola e della grande. Niente, avevano vinto loro! I cattivi!!! Una sensazione terribile e opprimente. Come se in un film di John Wayne vince lo sceriffo cattivo e corrotto.

Mi ricordo ancora quella mattina triste, arrivare a scuola e tutto il mondo diverso. Tutti i servi dei capitalisti dirti: hai visto? il comunismo non esistete più, avete fallito! Hai visto? avevamo ragione noi! Lasciargliela vinta, lasciare il campo a loro. Fine, KO. Come non poter quindi ricordare con un velo di tristezza quel giorno, quella mattina?
Quando poi solamente l’anno prima il socialismo sembrava poter riavere un nuovo sussulto, un nuovo slancio, in tutta Europa grazie ai campionati europei di calcio (eh si, sport e politica, pallone e politica non sono mica un’invenzione di oggi), con la perfetta nazionale dell’URSS guidata dal colonnello Lobanovsky che era arrivata ad un passo dalla vittoria, dopo aver insegnato il calcio a tutti.

Non ero altro che un normale ragazzino, ignaro di tutto quello che accadeva veramente dietro la cortina di ferro, che viveva semplicemente, sentimentalmente, il comunismo come l’opposto dello status quo, una speranza messianica di cambiamento della società. E giustamente, direi. Se non si è idealisti e rivoluzionari a 15 anni quando lo si deve essere? Mi hanno sempre atterrito i giovani già moderati, perché mi domando sempre ‘cosa mai diventeranno a 50 anni quelli che a 15 sono già politicamente pacati e conciliatori’?




 

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